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reale e femminista
SOCIETA'
20 febbraio 2012
E' ora di sfarfalleggiare altrove

Dopo la farfalla di Belen in mondovisione Marina Terragni ha denunciato ancora "una rappresentazione indegna delle donne e del loro corpo e il ricorso a stereotipi umilianti non è sono solo terreno di coltura di misoginia e violenza, ma svolgono anche la preziosa funzione di tenere le donne al loro posto, negando la loro forza e la loro competenza, indebolendole e infiacchendole".
E ha lanciato un appello: "Tutte noi blogger, insieme pur nelle differenze che resterebbero intatte, possiamo costituire la punta di diamante della resilienza a questo meccanismo misogino, vigilando, analizzando, attivandoci insieme per denunciare, stigmatizzare e anche punire, sottraendo consenso".

Loredana Lipperini ha raccolto l'appello e rilanciato: "Ci sono punti che stanno a cuore a tutte e tutti, a Lorella Zanardo come a Femminismo a Sud: identifichiamoli, evidenziamoli, battiamo su questi".

La redazione de "La 27esima ora" ha giustamente chiesto a Gianni Morandi di "cambiare copione", ché il Festival è andato indietro rispetto al Paese. "Sceneggiatura vecchia, troppi sottintesi, troppe battute da caserma".

Il fatto è che non è soltanto il Festival: è la televisione, è la politica. Lo aveva scritto Ida Dominijanni sul "il manifesto": "C'è un brutto nodo che stringe questione maschile, questione sessuale e crisi della politica". Forse è ora di mettere sul tavolo non o non solo la questione femminile ma anche la questione maschile, come auspica Iaia Caputo nel suo "Il silenzio degli uomini" (bellissimo libro di cui riparlerò a breve su questo blog).
Forse è ora di sfarfalleggiare altrove.

SOCIETA'
16 febbraio 2012
Di padri perfetti e di rivoluzioni

Stiamo facendo tanto per decostruire il mito della madre perfetta ed ecco che spunta quello del padre perfetto. A tirarlo fuori dal cilindro è questo articolo pubblicato oggi su Repubblica che riepiloga i risultati di uno studio di una giovane sociologa appena pubblicato sull'Osservatorio Isfol, la rivista storica dell'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori. Peccato però che il pezzo usi toni trionfalistici  ("rivoluzione silenziosa" della paternità e della coppia, "sentiero che dall'asimmetria conduce alla simmetria") del tutto a sproposito, senza contestualizzarli e trasformando un'avanguardia di pochi volenterosi in una tendenza strutturale che l'Italia è ben lontana dal registrare, purtroppo. Basta leggere il testo integrale della ricerca per accorgersene.

Ma andiamo con ordine.
Maria Novella De Luca, l'autrice dell'articolo che pure leggo sempre volentieri, esordisce così:
"C'è una generazione di uomini - hanno tra i 30 e i 35 anni, vivono nel Centro Nord, hanno buoni titoli di studio, compagne che lavorano e figli molto piccoli - che sta scoprendo e sperimentando giorno dopo giorno un nuovo modo paritario, interscambiabile, concreto e fisico di essere padri, e naturalmente mariti e compagni. Padri "high care", collaborativi, partecipi, insomma quasi "perfetti"".
Tracciando l'identikit statistico del padre collaborativo, prima di infilare le interviste di rito a papà perfetti o presunti tali, aggiunge:
"Dati che a leggerli bene raccontano anche quanto sono cambiati i sentimenti e le leggi dell'amore all'interno di una coppia, e quanto, anche, l'esplosione dei canoni tradizionali del lavoro stia mutando per sempre la struttura delle giovani famiglie".

Scritta così, sembrerebbe che tutti gli uomini tra i 30 e i 35 che hanno le caratteristiche elencate sono padri "high care". Magari.
Lo studio condotto da Tiziana Canal rivela tutt'altro spaccato e infatti arriva a conclusioni molto meno entusiastiche.
Intanto l'articolo omette un dettaglio fondamentale: l'obiettivo della ricerca non era quello di verificare quanto bravi siano diventati i papà italiani ma capire quali fattori possono servire a incoraggiare la condivisione nella cura familiare per far uscire l'Italia dalla grave situazione in cui perdura, che la sociologa puntualmente ricorda:
- abbiamo tassi di occupazione femminile tra i più bassi dell'Ue (46 donne occupate su 100);
- abbiamo il "delicato fenomeno dell'inattività femminile": sono molte le donne che lasciano il lavoro in occasione della maternità e spesso lo fanno in maniera definitiva;
- la quota di lavoro familiare di cui le donne si fanno carico è più impegnativa rispetto agli altri Paesi mentre il contributo degli uomini resta tra i più bassi al mondo;

- l'utilizzo del congedo parentale da parte dei padri italiani è molto limitato.

Sottolineato il contesto, che la giornalista purtroppo non ricorda neanche velocemente, l'autrice descrive il metodo: Canal ha sì "basato la sua indagine su seimila interviste a donne tra i 25 e i 45 anni", ma queste interviste non erano originali bensì appartenenti a un campione usato dall'Isfol per una ricerca sui fattori determinanti l'inattività femminile. Tanto è vero che delle 6mila intervistate ben 4mila erano inattive. Da questo campione Canal ha ulteriormente estratto le donne sposate o conviventi con figli (4.289) e, in base alle loro dichiarazioni, ha distinto i partner in "high care" o "low care", collaborativo o non collaborativo. 
E qui arriva la pioggia di omissioni più gravi dell'articolo: da nessuna parte la giornalista scrive che il 54,6% delle donne ha ancora come partner un low care, che la quota più alta di high care è riscontrabile tra gli inattivi e i disoccupati (60%) seguiti dai precari (47%) - come a dire: non lavorano, quindi scoprono la paternità - e che, soprattutto, se la "cura dei figli" (concetto che sarebbe utile però far esplodere perché un conto è giocare un altro è vestirli, farli mangiare e addormentarli come suggerisce la giornalista) è un'attività molto diffusa tra i padri (si va dal 79% dei partner delle donne inattive all'88% delle occupate), cucinare e pulire sono ancora appannaggio quasi esclusivo delle mogli e compagne. In particolare, pulisce il 37,5% dei partner delle occupate e appena il 19,6% di quelli delle inattive. Va un po' meglio con la spesa: la fa il 68% dei partner delle occupate e il 55% di quelli delle inattive. Mentre nelle attività tradizionalmente ritenute maschili, come la gestione amministrativo-finanziaria e quella di affari e rapporti, ecco che gli uomini tornano in quota (vi si dedica oltre il 70% di tutti i compagni).

E allora che cosa ha davvero scoperto la ricerca? Non che l'Italia conta qualche nuovo padre collaborativo (l'acqua calda) ma che la mera probabilità di avere un compagno high care è più alta se la donna lavora (a conferma che se non favoriamo l'occupazione femminile è matematicamente impossibile vagheggiare di condivisione della cura familiare), se ci sono figli con meno di 3 anni, se si vive al Nord e - udite udite - se la compagna proviene da un contesto in cui le donne lavoravano. "L'aspetto più interessante - sottolinea la sociologa - è che la propensione alla cura è influenzata più dalle caratteristiche della donna che da quelle dell'uomo". Più siamo attive, più siamo vissute in un tessuto socioculturale paritario, più abbiamo capacità di negoziare con i partner e più riusciamo a innescare la partecipazione maschile.
Non a caso la ricerca si conclude con un appello di Tiziana Canal a considerare "il senso e le opportunità che gli strumenti legislativi come il congedo di paternità obbligatorio possono concretamente offrire alle famiglie. Un congedo obbligatorio può essere un segnale, oltre che uno strumento, per abbattere quella cultura della disuguaglianza che concepisce ancora, in molte aree del nostro paese, una divisione dei ruoli di genere asimmetrica e tradizionale. Inoltre può offrire un'occasione, soprattutto nel nostro Paese, per affrontare il delicato tema della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, poiché l'aumento dei (bassi) livelli di attività femminile può diventare un obiettivo attraverso il quale si potrebbe perseguire anche l'aumento dei livelli di condivisione familiare da parte dei padri".
Peccato, quindi, che invece di raccogliere l'appello e di usarlo per richiamare i drammatici tassi di occupazione e di inattività femminile e i rimedi possibili a partire dal congedo obbligatorio, l'articolo si concluda con un monito di Francesca Zajczyk, sociologa dell'Università Bicocca di Milano molto esperta di questione femminile e però in questo caso "fuori contesto": "Le donne depositarie del potere della maternità devono imparare a delegare e lasciare spazio ai padri e ai partner". "Anche in quella fase primaria della vita di un bambino che le donne, spesso, tendono a tenere tutta per sé", aggiunge di suo la giornalista. Come a dire: la colpa è nostra, delle gelose madri perfette. Capito?

Ricapitolando: dobbiamo lavorare quattro volte di più e cento volte meglio per ottenere gli stessi risultati dei colleghi (e però le italiane lavoratrici guadagnano cinque volte meno degli uomini, dato scritto nero su bianco nel Rapporto sulla coesione sociale 2011 di ministero del Lavoro, Istat e Inps e passato sotto silenzio), dobbiamo "imparare a delegare" mettendoci là con santa pazienza a spiegare ai nostri partner che se lavoriamo come e più di loro devono darci una manina anche a cucinare e a pulire (questo sempre che riusciamo a lavorare, altrimenti a casa ci stiamo noi e tutto resta immutato). E dobbiamo applaudirli - pat pat - se si accorgono, alle soglie del 2012, di quanto è bello prendersi cura dei propri figli.

Perdonatemi ma non ci sto a chiamarla rivoluzione. Le rivoluzioni, quelle vere, sono queste
 

1 febbraio 2012
L'eurodeputata e le ambiguità irrisolte del movimento

C'è un corto circuito da manuale che sta andando in scena in queste ore su Facebook: il gruppo di "Se non ora quando", il movimento che dal 13 febbraio dell'anno scorso dà voce al disagio delle donne italiane, ha condiviso la foto di un'eurodeputata italiana che tiene la sua neonata nella fascia mentre vota al Parlamento europeo. Tutti o quasi a esultare: la foto ha ottenuto 26mila "mi piace" e oltre 13mila condivisioni. Senonoraquando ha commentato: "Per una volta ci facciamo bella figura".
Ma chi è l'eurodeputata? Me lo sono chiesta subito e ho controllato: trattasi di Licia Ronzulli, nota alle cronache per essere l'organizzatrice delle serate a Villa Certosa e l'addetta alla logistica delle ragazze, e catapultata nell'Olimpo di Strasburgo per queste sue tatticissime "competenze". La foto, tra l'altro, risale all'autunno 2010. Manco a dire che fosse di stretta attualità.
Alle proteste di qualcuna contro l'imbarazzante curriculum, Senonoraquando risponde così: "Indipendentemente dalle valutazioni politiche la fotografia è una bella immagine perché rappresenta una donna che può scegliere se lasciare il figlio nato da poco a una baby sitter o portarlo con sé, in un ambiente dove non sarà discriminata perché si presenta con il figlio. Questo non ha niente a che vedere con la necessità di avere asili nido per le madri che devono lavorare. Qui si sta parlando della possibilità di scegliere".

La teoria è condivisibile ma il riferimento alla "bella immagine" in astratto mi ha fatto riflettere parecchio: ragionare per immagini e non per sostanza è  tipico di ciò che secondo me le donne italiane devono combattere. Il mio commento è stato il seguente: "Mi rammarica molto che Senonoraquando stia dando risalto a una "bella immagine" dimenticando la sostanza: Licia Ronzulli era l'organizzatrice delle serate a Villa Certosa e l'addetta alla logistica delle ragazze. Sono queste le "competenze" per le quali è stata catapultata a Strasburgo a rappresentarci. Vogliamo badare all'immagine o alla sostanza? Io credevo che Snoq si battesse proprio per rovesciare il paradigma che ci vuole inchiodate alle immagini, qualunque esse siano".

Mi pare evidente che all'interno del movimento permangano grosse contraddizioni. Nodi cruciali irrisolti. Non poteva esserci metafora più efficace di questa foto. Ma bisogna essere capaci di andare oltre l'immagine. 

5 gennaio 2012
Confessioni di una mamma storta

Ho un debole per le mamme esagerate, quelle che non rinunciano alle super scollature anche se hanno appena partorito, che esibiscono l'ombelico insieme ai rotolini di ciccia, che dondolano sui tacchi 12 spingendo passeggini al parco, che non vogliono sentirsi escluse dal gioco della seduzione. Sono vitali, anche se a qualcuno paiono ridicole: mi danno l'impressione che la maternità non le abbia stravolte. Sono quelle che inorridiscono davanti ai parrucchieri che dicono: "Oh, adesso vuoi un bel taglio da mamma?". Come se l'arrivo di un figlio dovesse necessariamente accompagnarsi alla negazione della femminilità e indurre le donne a improvvise inversioni a U sulla strada della loro identità.

Ma adoro anche le mamme che se ne fregano. Dei capelli, dei tacchi e dei vestiti. Quelle che della praticità avevano fatto uno stile di vita ben prima di diventare madri e che quindi adesso godono di un vantaggio di partenza. Sono scattanti, sportive, veloci. Sanno organizzare perfettamente il tempo per sé e per i pupi. Non si perdono in chiacchiere futili, badano al sodo. E si divertono con poco.

Ammiro le madri che riescono a parlare poco dei propri figli: a volte mi sembra un segno di rispetto nei confronti di queste vite "altre" che abbiamo messo al mondo e dei nostri interlocutori, un modo per marcare le distanze, un benefico disegno dei confini. "Non devi immedesimarti in lui", mi ha rimproverato la mia, di mamma, mentre mio figlio stava male. "Così non gli servi a niente". Ha ragione ma io non ci riesco.

Mi piacciono le madri calme e sicure, che non perdono la pazienza, parlano lentamente e a voce bassa, accarezzano i figli soltanto guardandoli. La saggezza è un dono di pochi eletti e i bambini la intuiscono subito, con la velocità con cui li vedi spalancare gli occhi e la bocca davanti a una sorpresa. Le mamme sagge sanno mantenere la freddezza nelle situazioni difficili e sono capaci di essere autorevoli senza essere autoritarie. Un talento raro. Quando le incontro penso sempre a quella mamma del film "Titanic" che mentre la nave affondava, anziché tentare un'inutile fuga, si era chiusa in cabina con i suoi bambini e li aveva fatti addormentare leggendo loro una favola.

Ci sono delle madri che sono le vere eroine dei nostri tempi, altro che le "super mamme" in carriera che intervistiamo sui giornali perché ci spieghino come fanno a conciliare famiglia e lavoro. Donne che allevano i figli senza nessun aiuto. Mamme di bimbi autistici e disabili che combattono ogni giorno, costrette a ingoiare i rospi della burocrazia, di servizi carenti o assenti, di ingiustizie clamorose.  Spesso hanno coraggio e grinta da vendere, a volte sono sopraffatte dal dolore. Ma a me sembrano sempre fiere e speciali, come le mie nonne che subito dopo la guerra hanno cresciuto quattro e cinque figli ognuna.

Starei ore a osservare le altre mamme, forse perché sono così lontane, tutte, dai cliché sulla maternità. Sarà che io mi sento sempre storta, inadeguata. Sarà che, nonostante gli sforzi, proprio non ci so fare: non ho la spavalderia per fingere di essere quella che ero ma neppure la sicurezza di sapere chi sono diventata. Altro che modello, altro che "natura": per me la maternità è un viaggio faticosissimo nell'ignoto. Nel mondo esterno e nei meandri più oscuri di me stessa.
Non ditelo ai miei figli: temo che purtroppo la gnoma e l'elfo in qualche modo lo sappiano già.


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permalink | inviato da bloGodot il 5/1/2012 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
14 ottobre 2011
Il tutto dal nulla

Vedo in lei le ossa grandi di suo padre, gli occhi enormi e luminosi di mia sorella. Vedo la sottigliezza dei miei capelli e il colore ambrato di quelli del suo papà, i miei scatti di nervosismo e la sua dolcezza, la mia emotività e la sua pigrizia. Vedo la curiosità divorante verso gli altri che animava le mie giornate e la stessa paura che le rovinava. Vedo l'ottimismo di suo padre, "mamma, passa subito" (quando mi faccio male), "non preoccuparti, adesso volerà di nuovo" (detto di una rondine moribonda sul balcone della casa al mare), "ma scende nonno dal cielo o andiamo noi da lui?" (a proposito del nonno che purtroppo non ha conosciuto).
Vedo lo smarrimento che le si dipinge in volto quando non ha elementi per valutare una situazione nuova e riconosco la sua felicità dai sussulti balbettanti con cui la esprime. Vedo quello che lei non sa ancora chiamare "gelosia", le piccole ripicche, la rabbia scatenata altrove. Vedo l'amore pacato e sereno che nutre verso il suo papà e quello morboso e a volte feroce che mi riserva. Vedo la sua estrema complessità, evidente sin dal giorno in cui è venuta al mondo, e mi si stringe il cuore. Vedo la sua bellezza magnetica, che incanta e sorprende chi la guarda, che non deriva da nessuno di noi, che è un dono di chissà quale fortunata combinazione genetica, come i suoi ricci.

Vedo in lui la bocca carnosa e larga di mia madre, lo stesso naso ricurvo, gli stessi occhi pungenti, soltanto ancora più grandi. Le fattezze dominanti che da mio nonno si sono trasmesse con poche variazioni a mia madre, ai suoi fratelli, a me e ai miei cugini. Vedo il loro sonno profondo, la comunicatività, la semplicità, la capacità di sintonizzarsi sulle lunghezze d'onda degli altri. Vedo la concentrazione con cui studia questo mondo tutto nuovo, aliena sia a me sia al padre. Vedo l'aggressività scatenata dalla fame, che ha qualcosa di ancestrale, e la soddisfazione immediata quando viene placata. Vedo il sorriso franco e leale e mi auguro che la vita glielo lasci. Vedo la tenerezza che sua sorella non mi ha mai concesso in modo esplicito, l'ebbrezza della testolina abbandonata sulla mia spalla quando è stanco, lo sciogliersi delle sue fatiche sul mio corpo. Non riesco a non vedere più lo sguardo sparuto dei giorni in cui è stato male, il terrore dell'indicibile.

Li ho visti nascere dal nulla, e sono diventati tutto.




permalink | inviato da bloGodot il 14/10/2011 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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